Questa è una delle domande che mi viene posta più spesso da lavoratori e lavoratrici che pensano di subire mobbing.
Molte persone sono convinte che, senza testimoni — colleghi disposti a esporsi, a parlare, a sostenere la loro versione dei fatti — non abbia alcun senso rivolgersi a un avvocato del lavoro.
Ed è proprio questa convinzione, estremamente diffusa, a rappresentare uno dei principali ostacoli alla tutela dei propri diritti.
È una convinzione che scoraggia, che blocca, che porta all’immobilismo.
E, purtroppo, spesso porta le persone a continuare a subire in silenzio per molto tempo.
Chiariamo subito un punto importante: avere testimoni può essere utile. In alcuni casi, anche molto utile.
Ma non è affatto vero che senza testimoni non valga la pena chiedere aiuto a un avvocato del lavoro.
I testimoni diventano rilevanti solo se si arriva davanti a un giudice, cioè solo nell’ipotesi in cui sia necessario avviare una causa.
Se la controversia non arriva in tribunale:
Ed è qui che entra in gioco un aspetto fondamentale, che spesso viene ignorato.
Per esperienza professionale, posso dirti che la maggior parte delle situazioni di mobbing non si conclude con una causa davanti a un giudice.
Molto spesso, le persone che subiscono mobbing riescono a ottenere tutela e un risarcimento attraverso un accordo con l’azienda, senza affrontare un processo lungo, costoso e stressante.
Ogni situazione è diversa, naturalmente.
Ma è importante sapere che rivolgersi a un avvocato non significa automaticamente “fare causa”.
Quando un lavoratore che ritiene di essere vittima di mobbing si rivolge a un avvocato del lavoro, il primo passo è spesso l’invio di una lettera di contestazione all’azienda.
In questa lettera l’avvocato:
In molti casi, questa lettera rappresenta un vero e proprio punto di svolta.
Quando l’azienda riceve una lettera di questo tipo, si rende conto che il lavoratore non è più solo.
Capisce che quella persona, dopo aver sopportato a lungo, ha deciso di farsi tutelare ed è potenzialmente pronta ad agire.
Una causa di mobbing, dal punto di vista dell’azienda, può essere:
Molto spesso le aziende sono consapevoli di avere commesso degli errori e di avere qualcosa da perdere.
Per questo motivo, in molti casi, preferiscono evitare lo scontro giudiziario e arrivare a un accordo, riconoscendo al lavoratore una somma di denaro a titolo risarcitorio, in tempi relativamente brevi.
Gli accordi possono assumere forme diverse.
In molti casi, se il dipendente lo ritiene vantaggioso, possono prevedere anche la risoluzione del rapporto di lavoro.
Quando il lavoratore non desidera più restare in un ambiente tossico e stressante, l’accordo può includere anche una somma a titolo di incentivo all’esodo.
È uno scenario molto diffuso: chi ha subito mobbing spesso sente il bisogno di chiudere quel capitolo della propria vita lavorativa e ripartire altrove, con maggiore serenità e consapevolezza del proprio valore.
Ed eccoci al punto da cui siamo partiti.
Se ti trovi in una situazione di forte disagio lavorativo — se ritieni di essere vittima di mobbing, persecuzione psicologica, isolamento o svalutazione continua — non devi esitare a chiedere aiuto perché pensi di non avere prove sufficienti.
La valutazione delle prove:
è un passaggio che va fatto insieme all’avvocato del lavoro, non prima e non da soli.
Pensare di dover avere tutto “in mano” prima di rivolgersi a un legale è uno degli errori più comuni e più dannosi.
Non avere testimoni non significa essere senza tutele.
Rivolgersi a un avvocato del lavoro non significa fare causa domani mattina.
Significa, prima di tutto:
Se sei un dipendente e pensi di essere vittima di mobbing, il consiglio è uno solo:
non restare fermo per paura di non avere testimoni o prove “sufficienti”.
Rivolgersi a un avvocato del lavoro è spesso il primo passo per uscire dall’isolamento, recuperare lucidità e iniziare davvero a tutelare i tuoi diritti.
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